FABRIZIO FIORENZANO | PHOTOJOURNALIST

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ROSCIGNO, THE GHOST CITY

Nello splendido ed esteso scenario del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, che comprende quasi tutta la parte meridionale della provincia di Salerno con 86 comuni, esistono bellezze storiche e naturali che spesso riescono a sorprendere anche gli uomini e le donne che in queste zone ci abitano da decenni.

Siamo molto spesso abituati a visitare luoghi esotici, montani, balneari, o grandi città, ma imbattersi in località abbandonate e definite città fantasma, per giunta in un contesto occidentale, non accade tutti i giorni.

Se si vuole fare un piccolo viaggio nel tempo, facendo un salto nel passato di oltre cento anni, è possibile appagare questo desiderio dedicando una mezza giornata alla visita della città di Roscigno Vecchio. Questo paese sorgeva ai piedi di un colle che scendeva fino al pianoro di Monte Pruno.

Il suo nome sembra che derivi dal termine dialettale "RUSSIGNUOLO", ovvero usignolo.

Lo stemma del paese è infatti rappresentato da un cuore, preso dallo stemma del comune di origine, Corleto Monforte, da un usignolo, e dalla scritta latina "Luscinia cantat".

 

 

Il primo agglomerato di case di Roscigno Vecchio ebbe origine da alcune famiglie di pastori della vicina Corleto Monforte (Salerno), che venivano a svernare in questo remoto angolo, assolato e ricco di pascoli mentre solo verso il 1500 si venne a costituire il Comune autonomo. Nacque principalmente come un insediamento agro-pastorale che divenne in seguito vittima di ampi sfruttamenti feudali da parte delle classi sociali più ricche e con pochi scrupoli.

 

Purtroppo il paese, a causa della morfologia del terreno per lo più di tipo argilloso, agli inizi del 900 cominciò a scricchiolare e a muoversi lentamente venendosi così a trovare seriamente minacciato dall’incombente pericolo delle frane. In seguito a questi eventi naturali venne soprannominato: “Roscigno, il paese che cammina”. Nonostante questa allarmante situazione di emergenza la popolazione non trovò mai il coraggio di abbandonare il paese fino a quando però, nel 1902 e nel 1908, furono emanate due leggi speciali in favore di tutti i paesi franosi che obbligavano, ma agevolavano anche, gli sgomberi dalle zone a rischio di smottamenti franosi. Gli abitanti si videro quindi costretti a trasferirsi definitivamente in un’area vicina in modo da poter ricostruire la città che poi negli anni successivi prese il nome di Roscigno Nuova e dove vivono ancora oggi i discendenti di quella antica civiltà contadina.

 

Si immagina che non deve essere stato facile per quella gente dover caricare i carri di ogni masserizia e soprattutto deve essere stato ancora più difficile rassegnarsi all’idea di dover abbandonare per sempre le loro case. Ciò che oggi è rimasto in quel vecchio borgo è il ricordo di un luogo abbandonato da oltre un secolo e che custodisce ancora dentro di se i segreti, le voci, le gioie e i dolori che sembra di sentire nel silenzio assordante di questo luogo. Decenni di abbandono non sono riusciti a cancellare il fascino e l’identità di un paese che conserva ancora nelle sue viscere un’antica anima contadina.

Qualche casa é rimasta ancora intatta, ma la maggior parte di loro sono logorate e sventrate dai segni del tempo. All’interno delle abitazioni si possono vedere ancora dei mobili rimasti li da oltre cento anni, alcuni servizi igienici e dei letti abbandonati. C’è poi la settecentesca chiesa madre di San Nicola che si trova nella piazza “Giovanni Nicotera” nel centro del paese e intorno alla quale si svolgeva la vita dei contadini. Sempre nel centro della piazza c’è la grande fontana che nei tempi antichi le donne usavano come lavatoio e che oggi è il simbolo dell’antichità del luogo. Camminando tra gli anfratti e per le stradine si incontrano vecchie stalle e piccole botteghe. Ci sono ancora dei portoni con le iniziali delle famiglie che li abitavano e che probabilmente erano palazzine appartenenti a poche famiglie ricche. Nella piazza centrale c’è anche un emporio con il nome stampato “generi diversi” e che presumibilmente vendeva qualunque genere di merce.

 

Le tipiche case contadine erano solitamente costruite su due piani e fatte di pietra, unita da calce e sabbia e con il tetto rivestito di terracotta.

Al piano terra si trovava quasi sempre la stalla che veniva usata anche per servizi igienici. C’era poi un deposito per attrezzi agricoli, una legnaia e anche una cantina per olio, vino e frumento. Il primo piano si collegava al piano superiore attraverso una scala di pietra o di legno dove c'era un'unica camera da letto e una cucina col camino. Infine, al di sopra, c’era una soffitta di travi di legno ben ventilata, che veniva adoperata per la conservazione o l’essiccazione degli alimenti.

 

Oggi a Roscigno esiste un museo di civiltà contadina che raccoglie le testimonianze della vita e del lavoro della gente di questo luogo e che ha sede nei locali restaurati dell’ex casa canonica e del vecchio municipio. Qui si possono ammirare oltre cinquecento reliquie catalogate ed esposte in maniera straordinaria secondo i temi e i cicli lavorativi della zona.

 

Quello che invece oggi resta di Roscigno Vecchia è un paese abbandonato, spesso anche dalle istituzioni locali, che però conserva abitazioni ed aspetto come testimoni di un'antica civiltà contadina ormai scomparsa ma che riaffiora percorrendo le strade e le mulattiere silenziose del borgo antico o del museo locale.

 

L’ultima superstite di Roscigno Vecchia si chiamava Teodora Lorenzo (detta Dorina) morta nell’anno 2000 all’età di 85 anni. Era tra quelle persone che continuavano a tornare nel vecchio borgo anche dopo l’esodo era rimasta sola in paese e ci era rimasta per scelta perché amava quella terra a tal punto da decidere di portare a termine li la propria esistenza contadina con la forte determinazione di non abbandonare le sue radici. Ricordata dopo la morte per la sua semplicità, la sua schiettezza, ma soprattutto per la sua fragilità. A lei, e per volere di due nipoti, è stato istituito in seguito il “Premio Dorina” un importante concorso di pittura e fotografia sulla cultura e la civiltà contadina.

 

La ricostruzione del nuovo paese è costata ai cittadini duri sacrifici anche se non sono mancate le provvidenze dello Stato come la costruzione di alloggi popolari, della Casa Comunale ed altre opere di contenimento di vie e piazze.

Oggi anche Roscigno Nuovo tende a spopolarsi a causa dei molteplici problemi che affliggono il paese: mancanza di collegamenti efficienti e assenza di opportunità di lavoro a causa dell'esodo in altri paesi delle poche aziende esistenti.

 

Lo spirito di sacrificio di questo popolo, il suo forte e radicato attaccamento alle proprie radici, l'inventiva di una popolazione che ha sempre dovuto e saputo lottare per ottenere dei risultati e oltre a un turismo crescente dopo l'istituzione del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, permetteranno senz'altro al paese di conquistarsi un posto degno di nota nel panorama dei luoghi d’interesse storico nazionale.

 

Chi vede per la prima volta Roscigno Vecchia avverte immediatamente la sensazione di trovarsi in un paesaggio spettrale e tenebroso mentre di notte il rumore del vento che muove le foglie degli alberi è come il canto delle anime che vissero qui e che dall’alto ancora osservano, vegliano e proteggono questo luogo. Questo borgo rappresenta un matrimonio perfetto tra misticismo e mistero che non può, pur volendo, lasciare indifferenti nemmeno le pietre.

 

FABRIZIO FIORENZANO